31 marzo 2016

Siamo Tournati - Le Torte Salate & L'MTChallenge in Tour


Pensavate di esservi liberati di noi, ed invece siamo tornati più in forma che mai, più grintosi che mai, con un nuovo libro Torte Salate.
Una sfida Torta a Torta che smobiliterà il web.

Noi protagonisti di mtchallenge, la gara di cucina più amata e imitata del web, vi raccontiamo tutto quello che c’è da sapere per ottenere torte salate golose e perfette. Tutte le basi di frolla, sfoglia e pasta brisée, anche senza glutine, e tantissimi ripieni, per preparare a regola d’arte i grandi classici, come la Torta Pasqualina o l’Erbazzone, e le creazioni più originali, come la pastiera salata o la quiche di zucchine, pomodorini e mazzancolle al sesamo. Potrete  trovare tutti la ricetta più adatta alle vostre esigenze: per chi ha fretta c’è la sezione delle preparazioni veloci, mentre per i puristi dell’autoproduzione potrete realizzare con le vostre mani anche alcuni ingredienti del ripieno, come il mascarpone, la cagliata o la ricotta.
Più completo di un corso di cucina, più divertente di un cooking talent show.

Perchè di libri di Torte Salate ce ne sono tanti ma solo uno è il libro di MTChallenge, la community più pazza del web.

Il libro sarà disponibile in tutte le edicole, la casa editrice GRIBAUDO- GRUPPO FELTRINELLI ha provveduto a rifornire tutte le librerie, visto la richiesta massiccia.



Per chi vuole venire ad assistere dal vivo alla presentazione saremo in alcune delle più importatnti città, nell'infografica ci sono tutte le date e le città che il tour toccherà, e questi sono gli indirizzi delle librerie che ospiteranno le presentazioni:

Milano Giovedì 31/3 ore 18,30 Libreria Mondadori Megastore via Marghera 28 interviene
Fernanda Roggero
Torino Lunedì 4/4  ore 18.30 Piazza dei Mestieri via Jacopo Durandi 13 (1° piano)
Genova Martedì 5/4 ore 18 La Feltrinelli Libri e Musica Via Ceccardi 16r–interviene Sergio Rossi
Verona Mercoledì 6/4 ore 18 la Feltrinelli Libri e Musica via Quattro Spade 2 interviene Stefania
Berlasso
Padova Giovedì 7/4 ore 18 La Feltrinelli Librerie via S.Francesco 7 interviene Antonino Padovese
Firenze Venerdì 8/4 ore 21.00 - la Feltrinelli RED, piazza Repubblica 26 – Interviene Raffaella
Galamini
Bologna Martedì 12/4 ore 19 Librerie Coop Eataly via Orefici 19 – Interviene Gino Fabbri
Parma Mercoledì 13/4 ore 18 La Feltrinelli Libri e Musica Via Farini 17 interviene Arianna Gandolfi
Roma Giovedì 14/4 ore 18 la Feltrinelli Librerie Via Orlando 78/81 - interviene Eleonora
Cozzella
Napoli Venerdì 15/4 ore 18 La Feltrinelli Librerie P.zza Dei Martiri, 23 interviene Luciano
Pignataro
Catania Sabato 16/4 ore 18 La Feltrinelli Librerie Via Etnea, 285 interviene Andrea Graziano




L'acquisto del libro non solo arricchirà la vostra libreria culinaria, ma contribuirà ad aiutare Piazza dei Mestieri, una parte del ricavato infatti sarà devoluto a questa importante Fondazione con finalità educative.

In particolare intende favorire la preparazione e l’avviamento dei giovani al lavoro, migliorando e innovando i servizi educativi, ponendo attenzione particolare alle politiche di inclusione sociale e alla prevenzione delle diverse forme di disagio giovanile e ai fenomeni di dispersione scolastica.
L’obiettivo è quello di far sorgere centri di aggregazione polivalenti per giovani, introducendo e sperimentando modalità di cogestione dove gli stessi possano accedere a una pluralità di proposte.


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28 marzo 2016

Strani incontri




Un Mare di Gusto, la manifestazione che si terrà a San Vincenzo tra circa un mese, diretta da Deborah Corsi, chef de La Perla del Mare.
Per l’occasione Cristina di Poveri Ma Belli E Buoni, ha annunciato il contest Palamita ad Arte organizzato in collaborazione con Deborah e con il Comune di San Vincenzo.
Mi sono detta, dai buttati, visto che ti piace preparare il pesce, perchè non provarci?
   
E quindi eccomi qui  

Da strenua sostenitrice di Slow Food, cerco sempre di conoscere i prodotti che sono presidio, quindi quando ho scoperto che la Palamita è presidio Slow Food, la mia curiosità è aumentata.

Il nome scientifico è sarda sarda, è un pesce pelagico ed appartiene alla famiglia degli scombridi.
Erroneamente considerata un parente povero del tonno, ha carni sode e gustose con una punta di acidità, che possono essere cucinate in vari modi: alla griglia, in umido, in olio cottura, sottovuoto, possono essere conservate  sott’olio ma può anche essere apprezzata cruda o appena scottata in stile tataki giapponese.
La Palamita è un ottimo pesce, dal grande valore nutrizionale. Il suo colore è blu scuro con riflessi verde-azzurro, attraversato da linee nere oblique. Il ventre e i fianchi sono argentati. La sua famiglia di appartenenza è il pesce azzurro, la stessa del tonno: assomiglia molto allo sgombro, ma ha il corpo più allungato. Può arrivare fino a 80 cm di lunghezza e a 10 kg di peso.
Si definiscono azzurri quei pesci che hanno il dorso blu scuro (spesso è presente anche un po’ di verde) e il ventre argentato. Generalmente abbondano nei mari italiani. I principali tipi di pesce azzurro sono: l’acciuga o alice, l’aguglia, l’alaccia, il cicerello, la costardella, la lampuga, il lanzardo, il pesce sciabola, il pesce spada, la ricciola, la sardina, lo sgombro, lo spratto, il sugherello, e infine per la famiglia dei tunnidi, il tonno, l’alaunga, l’alletterato, il biso e la palamita.
Inoltre la palamita ha un forte valore nutrizionali perché è ricca di vitamina A, fosforo, proteine e grassi del tipo Omega 3, utilissimi per la protezione del cuore e delle arterie.

Da grande consumatrice di pesce, soprattutto crudo ho pensato a due ricette una appunto cruda ed una cotta.



Qui vi presente la ricetta cotta.
Vista la stagione ho pensato di abbinare i bruscandoli ( asparagina o luppolo selvatico) nome scientifico Humulus lupulus.
Piccola passeggiata ed il mio bottino è stato abbastanza per utilizzarli con il pesce.
La pasta scelta non poteva che essere la calmarata di Gragnano, ottima con i sughi di pesce.

Ingredienti
1 Palamita di 1 kg
500 gr di calamarata rigata
100 gr di Bruscandoli freschissimi
1 cipolla piccola fresca
1/2 bicchiere di vino bianco secco 
Scorza di limone
olio evo
sale e pepe



Procedimento
Iniziare pulendo il pesce accuratamente ricavandone 2 filetti.
Ricavare la polpa tagliandola a pezzetti.
Mondare e lavare i bruscandoli e tagliarli grossolanamente.
Pulire e tagliare la cipolla, metterla in padella con 2 cucchiai di olio evo e farla soffriggere a fuoco basso.
Quando il soffritto sarà pronto aggiungere i bruscandoli far saltare in padella 2 minuti, aggiungere il pesce, il vino e far evaporare.
Quando il vino sarà evaporato il sugo sarà pronto.
Essendo ingredienti freschissimi non serve molto tempo per la cottura.
Regolare di sale e pepe.
In una pentola capiente cuocere la pasta, solarla ed aggiungerla al sugo, far saltare per 30 secondi.
Impiattare aggiungendo un filo di olio evo e grattuggiare la buccia di un limone.
Servire calda.



Con questa ricetta partecipo al Contest Palamita ad Arte

 

 Fonti: http://www.unmaredigusto.it/
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27 marzo 2016

Sua maestà... La cassata siciliana!



Era da qualche tempo che volevo tentare questa nuova avventura culinaria chiamata "Cassata Siciliana", l'unica certezza che avevo era il ripieno a base di ricotta di pecora e gocce di cioccolato per tutto il resto un grande punto di domanda. Iniziai quindi a fare delle ricerche tra i vari siti internet e blog di note food blogger. Poi il grande aiuto di Pinella. E' stata semplicemente gentilissima!!! Leggere la differenza tra la cassata palermitana e quella catanese e tutti quei particolari che anche se per poco mi hanno catapultata in quella regione magica sotto molteplici punti di vista... la Sicilia, chissà mai se un giorno magari con Elena la andremmo a visitare, lo spero!

Oggi per il Calendario del Cibo Italiano di AIFB è la Giornata Nazionale della Cassata Siciliana, Flavia Galasso ne è ambasciatrice, qui il suo articolo.

Ingredienti per il pan di Spagna (1 giorno prima):

180 g di zucchero semolato;
160 g di farina 00;
7 tuorli;
7 albumi;
1/2 baccello di vaniglia.

Procedimento:

Tagliate longitudinalmente il baccello di vaniglia ed estrarre i semi di vaniglia. Montate a lungo i tuorli con 140 g di zucchero e i semi di vaniglia fino ad ottenere un composto charo, gonfio e spumoso. Aggiungete la farina poco alla volta, facendola scendere a pioggia da un setaccio ed amalgamatela delicatamente con una spatola con un movimento dall'alto verso il basso. Montate a neve gli albumi con il resto dello zucchero ed amalgamateli nello stesso modo del composto. Rivestite la base di una tortiera dal diamentro di 24 cm, con carta da forno. Imburrate ed infarinate la parete della tortiera e versatevi il composto, lasciate almeno 4 cm dal bordo. Cuocere in forno a 180° fino a cottura. (Ricetta del maestro M. Santin)



Sciroppo per la bagna:

150 g di acqua;
75 g di zucchero semolato;
un cucchiaio di acqua di fiori d'arancio

Mettere in un pentolino l'acqua con lo zucchero e portare a bollore e far sciogliere lo zucchero, togliere dal fuoco far intiepidire il tutto ed aggiungere il cucchiai di acqua di fiori d'arancio.

Ingredienti per la pasta reale (1 giorno prima):

250 g di mandorle (di ottima qualità)
250g di zucchero semolato;
50 g di acqua.

Mettete l'acqua in un pentolino e portate a bollore, aggiungete il colorante alimentare verde e quando lo zucchero inizierà a filare, o meglio quando la temperatura sarà di circa 115 C, togliete il pentolino dal fuoco e versate la farina di mandorle ed amalgamatela bene. Versate il tutto su di una superficie liscia e fate raffreddare. Lavoratelo fino a renderlo morbido e malleabile, utilizzando se necessario dello zucchero a velo. (ricetta tratta da Scatti Golosi di Teresa de Masi)
Ingredienti per la farcitura:

500 g di ricotta di pecora (freschissima)
250 g di zucchero a velo.
50 g di gocce di cioccolato.

Pinella dice che il segreto della cassata stà nella scelta della ricotta che deve essere rigorosamente di pecora e freschissima. Mettete, quindi, la ricotta in una garza e fate in modo che esca tutto il latte in eccesso, setacciatela e mescolatela allo zucchero, aggiungete successivamente le gocce di cioccolato. Se volete al posto delle gocce si possono mettere canditi a vostra scelta.

Ingredienti per la glassa:

1 albume;
250 g di zucchero a velo
qualche goccia di succo di limone.

Amalgamate l'albume d'uovo con lo zucchero a velo e le gocce di limone fino ad ottenere una glassa perfettamente liscia, mettetene una parte all'interno di una sacca da pasticcere munita di bocchetta liscia nr. 1. (ricetta di Pinella)

MONTAGGIO DELLA CASSATA:

Pinella dice che il pan di spagna deve essere "vecchio" di almeno un giorno, quindi preparatelo per tempo. Rivestite con la pellicola trasparente la teglia ed adagiatevi il pan di spagna tagliato a fette di circa 1 cm, adagiatele sia sul fondo che nei bordi della tortiera da 24 cm di diametro. Con un pennello intingete il pan di spagna con la bagna all'acqua di fiori d'arancio e riempite con la farcia di ricotta, zucchero e gocce di cioccolato, ricoprire nuovamente con il pan di spagna a fette. Mettete ora il tutto in frigo e lasciate riposare il dolce per almeno una nottata. Prendete la pasta reale, preparata con anticipo e stendetela con il mattarello ad uno spessore di 3 mm , tagliatela della stessa altezza della tortiera e rivestite il bordo della cassata. Ora con la glassa coprite la parte superiore della cassata e stendetela con una spatola, dovrà essere completamente ricoperta. Prendere i canditi quali zuccata, cedro e ciliegie e decorate la cassata a vostro piacire anche se la tradizione vuole che il decoro assomigli ad un fiore. Con la sacca da pasticcere ora decorate con la ghiaccia la vostra cassata.

Alla prossima... Marianna.


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26 marzo 2016

Broeto de pesse alla ciosòta - MTChallenge #55





“Oh, la coraggiosa vita del Pescatore,
di tutte è la migliore,
è sgombra di dissidi, piena di gaiezza
e da molti è amata, è una certezza.
Altre amenità
Non son che banalità,
sol questo
è un piacere onesto,
poiché ciò che facciamo
non causa danno alcuno,
ma contentezza e gioia per ognuno.”

Recitava così Izaak Walton sul suo libro "Il pescatore perfetto"

Eh si perchè la vita del pescatore è durissima.
Nata e cresciuta in campagna, il mare l'ho da sempre nel cuore.
Il mare dei padovani notoriamente è Sottomarina, città marittima vicino a Venezia e confinante con Chioggia, dove ancora oggi c'è un bellissimo mercato del pesce, il mio mercato.


La mia famiglia però preferiva la costa emiliana-romagnola, ecco che allora si partiva al venerdì pomeriggio direzione Lido degli Scacchi uno dei 7 lidi ferraresi.
 Metà della mia cittadina Este aveva casa ai lidi ferraresi, d'estate sembrava di non essere mai partiti le facce note che giravano erano tantissime.
Io però ero al settimo cielo perchè il mare era ed è la mia passione.
Al mare mi sento nel mio habitat.
Per chi non li conosce i lidi ferraresi sono un lunghissima lingua di spiaggia, dove finisce un lido inizia il secondo e avanti così, fino a Comacchio.
Era l'estate del 1984, come al solito i miei affittano casa per i 3 mesi estivi, io praticamente vivevo 3 mesi al mare alternado mamma e papà con i nonni materni e paterni.
All'epoca facevo un sacco di storie per mangiare (ci vorrebbe ora per smaltire un po' di chili di troppo) mangiavo solo ed esclusivamente pesce, strano per una bambina eppure, ve lo giuro, quando mi presentavano davanti pesce qualsiasi tipo era una felicità.
Comunque una mattina, mi sveglio presto inforco la mia bicicletta, guai andare al mare senza, e pedalando da sola mi dirigo verso Porto Garibaldi, per chi conosco la zona sa che la strada non è proprio pochissima. Arrivata mi piazzo su una delle banchine per vedere attraccare i pescherecci di ritorno dalla pesca. Ormai mi conoscevano, così il solito pescatore mi faceva vedere il pesce, e mi raccontava la sua storia.
Era una festa, ero la bambina più felice del mondo.
Da li a mezz'ora arrivavano mio papà e mia sorella a recuperarmi.
Naturalmente inutile che ve lo dica, andavo a pesca ogni volta che potevo con mio nonno, e quasi tutti i giorni raggiungevo a nuoto "gli scogli" e raccoglievo quelli che da noi chiamiamo "peoci" ossia le cozze. E poi le spaghettate erano sempre una festa.

Eccomi in mezzo al mio amato mare



Crescendo la mia passione per il mare è aumentata, ora ho la fortuna di poter girare il mondo e vedere "altri" mari.





Questa invece è una vecchia ricetta veneta, quasi in disuso, trae le sue origini nella zona di Caorle e di Chioggia, dove veniva preparata dalle famiglie di pescatori, i quali usavano pesci poco costosi, mentre i piu' costosi venivano venduti al mercato ittico della citta'.
Secondo il Maffei, il brodetto contemplava in passato una sola qualita' di pesce, solitamente il "go'". Veniva cotto in barca, in un recipiente di coccio, su carbonella.


Ingredienti per 4 persone
1 kg di pesce misto fra racina (varagno), scorfano (scarpena), san pietro, ghiozzi (gò) , gallinella (luserna) e rana pescatrice, oltre ad altri pesci che, in ragione della stagione, possono essere tutti quelli che si trovano.
500 g di molluschi che possono essere a seconda di stagione, cicale o canocie, gamberi, mazzancolle, scampi, anche seppie, calamaretti e/o moscardini
500 g fra cozze (peoci) e vongole (bibarasse)
4 capesante
1 spicchio di aglio
1 cipolla bianca di Chioggia
1 costa di sedano
1 carota
½ bicchiere di vino bianco
1 cucchiaio di passata di pomodoro
Olio evo
Pepe macinato al momento
Polenta bianca abbrustolita o Bussolai


Preparazione
Pulire le cozze, eliminare le barbe e lasciarle in acqua fredda e sale con le vongole.
Eviscerare e pulire tutto il pesce, sfilettarlo e mettere da parte le carcasse.
Disporre i filetti in un vassoio, coprire con pellicola e mettere in frigo.
Tritare finemente la cipolla e l’aglio.
In una casseruola scaldare un paio di cucchiai di olio evo, tostare, premendo con un mestolo, le carcasse fino a farle dorare, versare 3 litri di acqua freddissima e qualche cubetto di ghiaccio, portare a bollore, unire la costa di sedano e la carota, abbassare il fuoco, schiumare e far ridurre il liquido della metà. Filtrare, mettere da parte e tenere al caldo.
In un tegame basso e largo far dorare dolcemente il trito di cipolla e aglio, unire gli scampi, le mazzancolle e le cicale, qualche mestolo di fumetto, il vino, il pomodoro, farlo evaporare e far cuocere a fuoco basso e coperto per 15’, unire le cozze e le vongole e lasciarle cuocere fino a quando non si apriranno ed infine unire i filetti tagliati a tocchetti e cuocere per altri 5’, senza mai mescolare.

Regolare di sale e servire con i bussolai e una generosa macinata di pepe.


Grazie ad Anna Maria di aver scelto questo piatto, mi hai dato la possibilità di ritornare bambina, con tanti ricordi felici.

Con questa ricetta partecipo alla sfida #55 di MTChallenge

http://www.mtchallenge.it/2016/03/mtc-n-55-la-ricetta-della-sfida.html
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25 marzo 2016

La mia Pastiera.



Oggi per il Calendario del Cibo Italiano AIFB si festeggia la giornata nazionale della pastiera napoletana, ambasciatrice Francesca Lucisano, qui il suo articolo.

Per i campani la Pastiera è il Dolce!

Per me che sono veneta è un dolce per il quale sto mettendo il cuore, non sono cresciuta con tale prelibatezza, non l'ho mai vista fare da nessuno e non ho una ricetta tramandata da vecchie generazioni.
Sono anni che trascrivo ricette, annotazioni, consigli e quant'altro. L'anno scorso la provai e quest'anno, cocciuta come sono, l'ho voluta riprovare.

La cucina campana, lasciatemelo dire, ha il suo fascino e il suo perchè, inutile ribadirlo, mi attrae e mi affascina molto, sopratutto perchè legata fortemente alle proprie tradizioni e alla propria terra.
A volte mi piacerebbe essere nel luogo di origine di quella determinata pietanza, per addentrarmi in quelle tradizioni stesse ed assaporarne i profumi a pieni polmoni.

Si legge che l'origine della Pastiera è antichissima e proviene da culti pagani per celebrare l'arrivo della primavera. La leggenda narra che la Sirena Partenope aveva scelto come dimora il bellissimo golfo di Napoli e da lì cantava con voce melodiosa e dolcissima. La gente allora, per ringraziarla di questo meraviglioso canto, le portò dei doni, sette per l'esattezza, come le sette meraviglie del mondo, e ognuno aveva un suo significato:
- la farina, simbolo di ricchezza;
- la ricotta, simbolo di abbondanza;
- le uova, simbolo di riproduzione;
- il grano cotto nel latte, simbolo della fusione del regno animale e di quello vegetale;
- le spezie, omaggio di tutti i popoli;
- lo zucchero per celebrare la dolcezza del canto della sirena.

La sirena gradì i doni, ma nel raccoglierli li mescolò, dando vita, inconsapevolmente, alla prima Pastiera, da qui è diventata il dolce simbolo della Santa Pasqua.

La tradizione vuole che la Pastiera si prepari il Giovedì Santo, per essere poi degustata il giorno di Pasqua, stesso.



Prendo il mio quaderno delle ricette (o meglio l'enciclopedia Treccani della pasticceria...) e vado alla ricerca di quelle ricette stampate tempo fa, dal quale attingere tutte le notizie ed informazioni per iniziare la pastiera.

Essenzialmente due sono per me le ricette emblema della Pastiera: quella del Pastry Chef Armando Palmieri e quella di Teresa de Masi. La parte tecnica dello Chef mescolata alla tradizione di Teresa, inutile dirlo, mi hanno rapita.

Partiamo dalla ricetta della PASTA FROLLA:

500 g di farina debole, tipo "00" (150/180 W);
250 g di zucchero mg 82% (nel rispetto della tradizione 220 g di strutto puro);
170 g di zucchero a velo o 130 g di zucchero a velo con 45 g di destrosio;
1 uovo intero (circa 60 g) + 1 albume (circa 30 g);
zeste di agrume (per me arancia).

La frolla va preparata la sera prima e lasciata riposare in frigo tutta la notte, in questo modo sarà più facile stenderla e non si spaccherà in cottura.

Mettere la farina della ciotola della planetaria, aggiungere lo zucchero a velo, l'uovo, l'albume, il burro freddo a tocchetti e le zeste di un'arancia biologica. Impastare alla prima velocità, senza lavorarla troppo. Avvolgere, poi, l'impasto nella pellicola e metterlo in frigo a riposare.



Il GRANO:

...ho perso 3 giorni di vita!!!

Volete che io prepari una Pastiera con il grano precotto in vendita nei supermercati?!?! Assolutamente no!!! Pertanto sono andata al Molino a pochi metri da casa che gentilmente me ne ha regalato un pochino... quindi l'ho  messo in ammollo la domenica mattina fino al mercoledì sera cambiando l'acqua 3 volte al giorno, eliminando in questo modo i residui e le impurità del grano.
Il grano poi va cotto in acqua che deve essere almeno 5 volte il suo volume. Quindi per 500 g di grano ci vogliono almeno 5 litri d'acqua. Mettete sul fuoco a fiamma alta e portate a bollore, poi proseguite la cottura per circa un'ora e mezza a fiamma bassa. E fino a qui ci siamo...
Pesate poi, 400 g di grano cotto e scolato, ed unitelo a 100 g di latte intero (io 200 g), con 30 g di burro e le bucce di limone ed arancia bio, portate quindi il tutto sul fuoco a fiamma bassa e riducete in crema.

A questo punto sono andata in crisi!!! Il grano in mio possesso è di un colore ambrato scuro, quindi in cottura è rimasto scuro, ma mi sono detta... poi si schiarirà nella cottura con il latte... ma il mio grano è rimasto scuro anche nella cottura con il latte... mille domande mi sono passate per la testa!!! Dove ho sbagliato... dove?? Chiedo consiglio a chi ne sa più di me, a chi di pastiere ne ha mangiate fino a star male... chiedo consiglio al Pastry Chef...  dopo giorni tristi e notti insonni alla fine mi dice che il grano regalatomi è da invidia e che è la varietà ad essere scura, quindi riprendo la mia autostima da sotto i tacchi e la riporto in vita...

La RICOTTA:

Il mio fornitore ufficile di latticini è il Caseificio Pasquesi di Carmignano di Sant'Urbano. Chiamo Carla e mi porta a casa direttamente dal caseificio, 1,2 kg di ricotta di pecora fresca come un rosa... uno spettacolo alla vista!!!
Metto la ricotta a scolare coperta da un canovaccio all'interno di un colapasta, dove sopra ho riposto una pentola piena d'acqua che va a schiacciare la ricotta e a far uscire il latte in eccesso. Passaggio fatto la sera prima, con riposo in frigo "sotto sforzo" tutta la notte. Riprendo la ricotta il giorno dopo e la setaccio.

I CANDITI:

Qui mi devo soffermare assolutamente. L'8 marzo con Erica e la nostra carissima amica Elena Arrigoni, siamo state a Identità Golose. Qui ho avuto l'onore e il piacere di conoscere Agrimontana, azienda leader nella frutta candita. Pertanto l'arancia candita della mia pastiera è tassativamente Agrimontana. Di meglio non potevo nè scegliere nè volere... ragazzi uno spettacolo di canditi!!!



Ricetta per il RIPIENO:

600 g di ricotta di pecora,
400 g di grano cotto e ridotto a crema nel latte,
480 di zucchero semolato,
le zeste di un limone bio intero,
200 g di frutta candita (arancia, cedro e zuccata),
4 uova intere (250 g circa) + 2 tuorli (50 g circa),
vaniglia in bacche,
30 ml di essenza di zagara o fior d'arancio (NO NEROLI),
pizzico di cannella.

Procedimento:

Lavorare la ricotta con lo zucchero, incorporando le uova, successivamente i canditi, il grano cotto nel latte, le zeste del limone bio, la vaniglia, la cannella ed infine l'essenza di fior d'arancio.

Abbiamo tutto pronto ora montiamo la Pastiera.
Stendiamo la frolla ed adagiamola nella teglia. Farciamola con il ripieno fino a mezzo cm dal bordo (in cottura, la pastiera gonfierà a causa del vapore che si forma dall'acqua del ripieno, un volta cotta e portata fuori dal forno la pastiera si abbbasserà e si livella) e chiudiamola con le strisce di frolla a formare delle croci, simbolo di Cristo e rinascita.

Cuocere la pastiera in forno statico a 160°-180° per circa 60-90 minuti.




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19 marzo 2016

La pasta che si crede una pappa al pomodoro




Questa è la storia di una pasta che si credeva una pappa al pomodoro.


Non sono impazzita, l'idea mi è venuta dopo averne scartate circa una decina, causa i limiti imposti dal contest che ci obbliga così a sperimentare e cercare soluzioni nuove.
Cosa c'è di meglio di una ricetta semplice per esaltare la qualità dei prodotti?
La pasta non ha bisogno di presentazioni, è il piatto principe delle tavole italiane.
Il pomodoro non è un prodotto originario americano, arriva in europa dopo la scoperta dell'america.
E' nel sud dell'Italia che trova la sua zona di massima espressione.

Devo essere sincera, non consumo molta pasta al pomdoro, la snobbo per così dire, niente di più sbagliato.

Quindi per farmi perdonare dalla pasta e dal pomodoro, ho pensato ad una ricetta che potesse esaltare la dolcezza e l'acido del pomodoro, il colore intenso, e  la consistenza di una pasta di grano duro.
Ecco che è nata l'idea della pasta in crisi di identità che si crede una pappa al pomodoro.

Non ho mai preparato la pappa al pomodoro non è proprio un piatto veneto, ma in una mia recente gita in toscana ho avuto modo di provarla e me ne sono innamorata.
Ovvio che i prodotti utilizzati devo essere al top.

E per non farci mancare nulla ho voluto provare la vasocottura.

Ma che cos'è ?
E' una tecnica culinaria che è sempre esistita ma che solo in questi ultimi tempi è tornata di gran moda. Consente di fare una cucina sana e di effetto, è un metodo di cottura ispirato alle classiche conserve.
In sostanza, per cucinare nei vasi si procede proprio come per la marmellata: si mettono all’interno del vaso tutti gli ingredienti, si chiude e si cuoce nel microonde a media potenza, oppure sui fornelli a bagnomaria (avendo cura di mettere uno strofinaccio tra i barattoli ), o ancora nel forno ventilato (da 60° a 150°) con dell’acqua.

Al terzo tentativo ho ottenuto un risultato discreto.


Ingredienti
500 ml di brodo vegetale arrichito di polpa di pomodoro
200 gr di pasta secca i grattini (rigorosamente senza uovo)
200 gr di Rugiadosa Bio Mediterranea Belfiore
1 cucchiaio di salsa di soia
2-3 foglie di basilico
1-2 Filetti di pomodoro Sapori del Cuore Mediterranea Belfiore


Procedimento
Preparare il brodo vegetale classico, aggiungere 3 cucchiaio di pomodoro.
Quando il brodo bolle, aggiungere la salsa di soia e la pasta, far cuocere per metà del tempo indicato sulla confezione, regolando di sale e pepe.
In un vaso adatto alla cottura a bagnomaria travasare il composto di brodo e pasta, tappare il vaso.
In una casseruola, aggiungere acqua bollente, inserire il vaso in modo che l'acqua arrivi a 3/4.
Terminare la cottura della pasta a bagnomaria.
Una volta cotta, stappare il vaso decorare con filetti di pomodoro e del basilico.




Con questa ricetta partecipo al contest In Cucina con il Cuore: Pomodoro e Pasta 2.0 dell’azienda Mediterranea Belfiore e ringrazio Cristina di PoveriMaBelliEBuoni per l'invito.







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16 marzo 2016

Crema Fritta Pellegrino Artusi





Oggi per il Calendario del Cibo Italiano AIFB si festeggia la giornata di Pellegrino Artusi, ambasciatrice Maria Greco Naccarato, leggete qui il suo post.



Anch' io ho voluto partecipare a questa giornato in onore del padre della cucina italiana.

"L’Artusi ci ha aperto la strada per conoscere noi stessi e la nostra nazione, un cucchiaio alla volta. Ora tocca a noi prendere in mano il nostro futuro culinario. Basta aprire il libro: approfonditelo e lo scoprirete ancora pieno di sorprese."
Massimo Bottura, ristampa anastatica prima edizione, Giunti 2011


Ma perchè Pellegrino Artusi è così importante ?
Con il suo libro “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” costituì un vero e proprio spartiacque nella cultura gastronomica dell’epoca.
All’Artusi va il merito di aver dato dignità a quel “mosaico” di tradizioni regionali, di averlo per la prima volta pienamente valorizzato ai fini di una tradizione gastronomica “nazionale”.




Leggete la sua storia qui.

Tra le tantissime ricette di Pellegrino Artusi ho scelto la crema fritta ricetta n. 214, perchè direte, semplicemente perchè è legata alla mia infanzia in campagna dalla nonna.

Come spesso succedeva ai bambini della mia generazione fine anni '70 - '80 che avevano entrambi i genitori che lavoravano e nessuno a casa che li guardasse, all'epoca non esistevano le ludoteche, erano i nonni a dover badare ai nipoti. Io e mia sorella avevamo la fortuna di avere tutti 4 i nonni ancora giovani e pimpanti e quindi ci dividevamo tra la nonna cittadina e quella della campagna.
Mia sorella ha sempre preferito la nonna cittadina io invece andavo dalla nonna in campagna.
La mia giornata passava tra l'orto con la bisnonna, in cucina con la nonna, lungo l'argine del canale con il nonno per segare l'erba per i conigli e ogn tanto pescare.
Poi avevo le mie bambole alle quali ogni pomeriggio preparavo il thè sotto il grade Caco in giardino.
Apparecchiavo la tavola, tazzine, piattini, teiera, e immancabili i dolcetti.
Credo che questa sia stato il mio primo approccio alla cucina, voler preparare i biscotti per il thè delle mie bambole, avevo 4 anni.
Mia nonna che era una bravissima cuoca, mi chiamava quando doveva cucinare qualcosa di semplice, così mi faceva aiutare.
La crema fritta è il primo ricordo che ho, mi vedo vicino alla nonna inginocchiata sopra ad una sedia che mescolavo la crema mentre la nonna aggiungeva gli ingredienti.
La cuoceva poi in pentola, la stendeva perchè si raffreddasse, la tagliava a rombi e poi toccava a me intingerla nell'uovo e poi nel pane grattuggiato, infine la friggevva.
Che soddisfazione vederla dorata, ne prendevo un pezzo e spezzandola con le mani la offrivo alle mie bambole e ne mangiavo anch'io naturalmente.
Ecco questo episodio si ripeteva quasi tutti i giorni, la crema fritta era la mia merenda per tutti i mesi estivi in cui stavo da nonna.
Quindi per me è stato innevitabile scegliere questa preparazione tra le molte contenuto nel libro di Pellegrino Artusi.





Ingredienti
100 gr amido di mais
30 gr di zucchero
20 grammi di burro
4 dl di latte
2 uova intere
mezzo cucchiaino di scorzette di limone
una presa di sale

Procedimento
Lavorare le uova con lo zucchero, poi aggiungere l'amido, la scorza di limone grattuggiata, il latte versare a poco a poco il latte continuando sempre a mescolare bene, per ultimo il burro.
Mettere il composto sul fuoco e far rapprendere la crema sempre mescolandola. Quando sarà condensata stenderla su una teglia con uno spessore di circa 1 dito, far raffreddare il composto.
Tagliare poi a rombi, impanare i pezzi prima nell'uovo e poi nel pane, friggere il tutto nel lardo o nell'olio fino a doratura.
Servire caldi.






Fonti:
http://www.pellegrinoartusi.it/pellegrino-artusi/
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15 marzo 2016

Donuts speziati allo sciroppo d'acero - Re-Cake 2.0 #12







Ma le ciambele riescono sempre con il buco?
Certo che si, se si hanno gli attrezzi giusti.
Scherzi a parte ci stiamo affezionando alle preparazioni con il buco, il mese scorso i Bagels e questo mese il fratellino dolce i Donuts.
Ma donust dolci o salati ?
Perchè non combinare le due cose?
Ecco allora che ho pensato di prepararli nella versione dolce e speziata ma con un tocco salato utilizzando i Bretzel e arachidi salati.
Io adoro l'abbinamento dolce-salato.





Questo mese mi sono ispirata al blog di Giulia Antonini

Naturalmente sul gruppo FB di Re-cake e sul Blog trovate tutte le info per cimentarvi in questa ricetta ed entrare a far parte della nostra community.
 
Che dire l'abbinamento è veramente molto particolare, i miei nipoti hanno gradito molto.





Ingredienti: 

Glassa di acero
60g di burro
120ml sciroppo d'acero
112g di zucchero a velo setacciato
opzionale:1/2 cucchiaino estratto d'acero

Donuts Speziati:
125 g di Farina 00
1 cucchiaino di Lievito per dolci
1/4 di cucchiaino di Bicarbonato di sodio
1 cucchiaino di Cannella
1/2 cucchiaino Noce moscata
1/4 cucchiaino Chiodi di garofano macinati
1/4 cucchiaino di Sale
1 Uovo grande
65g di Zucchero di canna
60 ml di Latte
60 g Yogurt
30g di Burro fuso
1 e 1/2 cucchiaini di Estratto di vaniglia



Procedimento:

Per prima cosa preparate la glassa.
In una piccola casseruola a fuoco basso, sciogliere il burro e lo sciroppo d'acero insieme, mescolando di tanto in tanto; una volta che il burro si è sciolto, togliere dal fuoco e sbattere con lo zucchero a velo setacciato. Mettere da parte la glassa e lasciare raffreddare e addensare.

Preparazione Donuts:
Mescolare la farina, il lievito, il bicarbonato di sodio, la cannella, la noce moscata, i chiodi di garofano macinati e il sale in una ciotola.
In un'altra ciotola sbattere l'uovo, lo zucchero di canna, il latte e lo yogurt fino ad ottenere un composto liscio. Aggiungere il burro fuso e la vaniglia, mescolando fino a quando non saranno ben amalgamati.
Versare gli ingredienti umidi negli ingredienti secchi e mescolare per ottenere una pastella molto spessa.
Versare la pastella in uno stampo per donuts, (aiutandosi con una sac a poche) riempendo le cavità per 3/4, in modo da lasciar spazio alla crescita che i donuts avranno in cottura.
Cuocere a 175°C per 9-10 minuti o fino a quando i bordi sono leggermente dorati.
Lasciare raffreddare per circa due minuti e trasferirli su una griglia rivestita di carta forno.

Per glassare i donuts, tenere la ciambella e immergerla per metà nella glassa, immergere ogni ciambella due volte. Posizionare le ciambelle su una griglia per far sgocciolare la glassa.
I Donuts danno il meglio di se se serviti immediatamente, conservare in un contenitore chiuso, a temperatura ambiente per 2 giorni.



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14 marzo 2016

La Cucina de l'Unità d'Italia - Padova





Da oggi per il Calendario del Cibo Italiano AIFB, si festeggia la settimana della Cucina de l'unità d'Italia.
Quale settimana può essere più importante ?
Ambasciatrice di questa settimana è la mitica Giulia Robert, chi altre poteva imbarcarcarsi in un excursus storico così importante ? Leggete qui il suo post


Il 17 marzo 2011 è ricorso il 150° anniversario dell'unità d'Italia. I valori del Risorgimento che hanno portato all'Unità d'Italia fanno parte della nostra memoria storica e del nostro bagagli culturale.
Ma come mangiavano 160 anni i nostri antenati ?
Fu proprio a cavallo tra i XIX e il XX secolo, che si è assistito ad un risveglio della società, della cultura, della politica e anche della cucina.
La morte del cuoco più famoso del rinascimento; Bartolomeo Scappi, ha coinciso con un netto declino della cucina italiana, degrinata e scrditata in tutta europa.
Grazie all'unità d'Italia si ha un'inversione di rotta, protagonista Pellegrino Artusi.
Secondo Piero Camporesi infatti, l'opera di Artusi, "La scienza in cucina e l'arte di mangiare bene" ha fatto per l'unificazione d'Italia più di quanto non siano riusciti a fare i Promessi Sposi.



Il grande merito di Pellegrino Artusi fu quello di proporre le ricette della gastronomia locale in modo innovativo, prendendo spunto dai suoi viaggi, dagli aneddoti e suggerimenti che le lettrici gli inviavano.

Ma quali erano i piatti all'epoca?
Le due città simbolo erano Milano e Napoli, che rispettivamente avevano come piatto simbolo il risotto alla milanese, preparato con midollo di bue, zafferano, burro e parmigiano. A Napoli invece il piatto della tradizione erano i maccheroni alla napoletana, serviti con sugo preparato facendo cuocere la carne di manzo nel pomodoro fresco e passato; questo pezzo di carne, preferibilmente il controgirello (a Napoli chiamato lacerto), veniva steccato con fettine di prosciutto, zibibbo, pinoli e con un battuno di lardone, aglio, prezzemolo, sale e pepe. Il tutto veniva poi cotto per diverse ore.
A Torino, che all'epoca era la capitale d'Italia unita si preparava un piatto che si chiamava cacimpero, che non era altro che una fonduta preparata con fontina, burro e tuorli d'uovo. Per avere un piatto ancora più straordinario si aggiungeva alla fonduta del tartufo bianco tagliato a fettine sottili.
A Genova troviamo i ravioli alla genovese, che all'epoca si preparavano con un ripieno composto da petto di cappone, cervello di agnello, animelle, spinaci lessi, tuorli d'uovo, noce moscata e parmigiano. Si potevano consumare in brodo, con cacio e burro oppure al pomodoro.
A Bologna c'erano i tortellini, il cui ripieno, ai tempi del Risorgimento, veniva preparato con diversi ingredienti: prosciutto, mortadella, midollo di bue, parmigiano, uova e noce moscata. Altro piatto tipico bolognese gli strichetti alla bolognese, che erano delle strisce di pasta larghe un dito e mezzo, tagliate con la rotella smerlata e cotte nel brodo.
A Firenze c'era la zuppa toscana di magro alla contadina, l'antenata dell'odierna ribollita. Gli ingredienti erano pane bruno raffermo, fagioli bianchi, cavolo cappuccio, cavolo nero, bietola, timo, cotenne di pancetta di maiale o di prosciutto, acqua e olio.
La Sicilia emblema dell'Unità d'Italia in quanto nel 1860 vide sbarcare a Marsala le truppe garibaldine, ha come piatto sinbolo della tradizione i maccheroni preparati con le sarde, le acciughe salate e il finocchietto selvatico. La preparazione era molto semplice, le sarde venivano fritte mentre i finocchi venivano lessati, tritati finemente e ripassati in padella con olio e acciughe, dopo di che veniva aggiunto del pomodoro fresco e la conserva. Il tutto si faceva bollire per 15 minuti e poi ci si condiva i maccheroni.
Ultima citazione in questo giro d'Italia la dedico a Venezia e alla mia regione in Veneto.
Piatto principe de l'unità d'Italia erano i risi e bisi, leggete qui il mio post scritto per l'occasione e la relativa ricetta.

E Padova come si colloca in questo periodo storico ?


Giuseppe Garibaldi non ebbe modo di combattere nel Padovano, ma non mancò di segnalarsi anche in questa città. Il più curioso degli aneddoti lo descrive in transito a cavallo per ponte Sant’Agostino, quando la sua attenzione venne attratta da una meridiana dipinta sulla parete di una casa, tuttora esistente, e subito dopo dalla sua padrona, una contessina che ebbe l’onore di ospitarlo per una notte suscitando ancor oggi maliziosi commenti.

Meglio noto è il fatto che nel 1866, anno di annessione del Veneto al Regno d’Italia, Padova divenne sede dello stato maggiore sabaudo.

Piazza delle Erbe nel 1866

L’omaggio gastronomico padovano al condottiero è un piccolo timballo tricolore, che anche nella forma può essere visto come un omaggio risorgimentale: la chiave d’interpretazione è l’antico termine ‘taballo’, che sta per timpano o tamburo; dunque, un ‘tamburino’, strumento che porta subito alla mente il famoso episodio ambientato nel 1848 sullo sfondo della battaglia di Custoza. 

Ed è proprio questo timballo creato in onore di Garibaldi che voglio riproporre.
Nel corso degli anni questo piatto ha subito delle variazioni fino ad arrivare alla versione "moderna" di oggi.
Io vi presento la mia personale interpretazione.


Ricetta storica
Ingredienti per 12 persone

Primo strato: 2 dl di salsa di pomodoro, 3 dl di panna, 5 uova, timo, sale
Secondo strato: 200 g di Parmigiano Reggiano grattugiato, 3 dl di panna, 5 uova, pepe bianco
Terzo strato: 250 g di erba di campo cotte, 100 gr di ricotta di pecora, sale e pepe


Preparazione

Mescolare la salsa di pomodoro con le uova e la panna, aromatizzando con il timo.
Imburrare degli stampini monoporzione e riempirli per un terzo con il composto.
Passare in forno e cuocere a bagnomaria per 15 minuti a 180°, avendo l’accortezza di verificare che il contenuto sia ben rappreso.
Amalgamare gli ingredienti del secondo strato e utilizzare il composto per riempire gli stampini fino a due terzi, passando nuovamente in forno per altri 15 minuti a 180°, procedendo ancora a un controllo di consistenza.
Mondare e tritare grossolanamente le erbe di campo (io ho utilizzato le prime rosole di stagione, far saltare in padella con un filo di olio di oliva e un pezzetto di aglio.
Sbattere la ricotta con delle erbette di campo, sale e pepe e formare delle quenelle in accompagnamento al timballo.


Comporre il piatto con un ‘tamburino’ tricolore.

Nella mia versione ho preparato il "tamburino" con l'impasto base del primo strato, utilizzato le rosole frullate con dell'olio di oliva per avere il colore verde creando il fondo, con della ricotta di pecora e delle rosole ho creato delle piccole quenelle per avere il colore bianco, formando così nel patto il tricolore.



Vino consigliato: Bianco del Rubicone Igt

Ancora oggi alcuni ristoranti storici di padona servono questo piatto, rivisitato nella forma.



Fonti:
taccuinistorici.it
buonricordo.com
 
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11 marzo 2016

Fegato alla veneziana dei Bacari




Figà a' la venessiana
"El figà de vedèlo bisogna tagiarlo a fetine sutili, (calcolar 100 gr a testa)  e se lo mete in una tecia largheta co una sègola bianca tagiada fina anca ela (calcolar meza segola ogni eto de figà). Cusinar a fogo molto vivace e in poco tempo sinò el figà devent duro."

Oggi per il Calendario del cibo Italiano AIFB si festeggia la Giornata Nazionale del fegato alla Veneziana, ambasciatrice Manuela Valentini, leggete qui il suo post.
 
Il fegato è una frattaglia rossa con un retrogusto amarognolo che non a tutti e non sempre può essere gradito. E' questa la ragione per cui i veneziani ne correggono il sapore con la cipolla, creando un piatto famoso in tutta Europa.
L'uso di modificare il sapore del fegato con un ingrediente addolcente risale a tempi molto antichi nel bacino del mediterraneo. Infatti il nome stesso del fegato deriva dal latino iecur ficatum, dove il primo termine significava fegato, mentre il secondo indicava il modo di prepararlo, con i fichi. Per il figà a' la venessiana si utilizza fegato di vitello, più delicato e meno scro di quello i manzo o maiale.
Se ne acquista un pezzo intero, si deve togliere la pellicola che lo ricopre, sollevandola con un coltellino in un punto e tirandola con le dita dalla parte opporta. Se si acquistano invce delle fettine, mondarle delle pe'legate, cioè delle pellicine che eventualmente e circondano.
Il fegato alla veneziana va servito su in piatto caldo accompagnato da fettina di polenta abbrustolita o morbida.
Oggi invece ho voluto presentarvelo in versione apertitivo così come lo si serve nei bacari veneziani.


Il bacaro (pron. bàcaro), o bacaréto, è un tipo di osteria veneziana semplice, dove si trova una vasta scelta di vini in calice (ómbre o bianchetti) e piccoli cibi e spuntini (cichéti), caratterizzata da pochi posti a sedere e da un lungo bancone vetrinato in cui sono esposti i prodotti in vendita. Più raro è il caso di bacari che servono piatti più elaborati o che offrono un vero e proprio servizio di ristorazione. I bacari vengono frequentati sia da turisti sia da abitanti del luogo. Oltre al vino, i bacari servono anche le caratteristiche bevande note come "spritz".










ll nome bacaro viene dai "bacari" (singolare: bacaro), un termine che, a sua volta, si vorrebbe derivato da "Bacco", dio del vino. Secondo un'altra teoria, deriverebbe da "far bàcara", espressione veneziana per "festeggiare". "Bacari" era il nome attribuito, un tempo, ai vignaioli e ai vinai che venivano a Venezia con un barile di vino da vendere in Piazza San Marco insieme con dei piccoli spuntini. Il bicchiere di vino che si beveva si chiamava "ómbra", perché i venditori seguivano l'ombra del campanile per proteggere il vino dal sole. Per evitare il faticoso trasporto ogni giorno, si cercava in seguito un locale fermo, che si usava come magazzino e come mescita.
Questi tipici locali si differenziano dalle comuni osterie per via della modalità di consumazione dei cibi, per il modo in cui questi sono presentati al pubblico, e per le dimensioni e struttura degli ambienti interni. Il bacaro, quindi, è solitamente di piccole dimensioni, con pochi posti a sedere, banconi con sgabelli simili a quelli dei bar e vetrine in cui vengono esposti i cibi. Questi, di solito, vengono acquistabili a pezzo, al fine di comporre un piatto con diversi tipi di prodotto diverso. Il bacaro viene visto sia come un esercizio di ristorazione per il pranzo, sia come luogo di aperitivo. I turisti tendono a servirsi di tali esercizi per farvi un vero e proprio pasto completo (anche una decina di pezzi), mentre gli abitanti di Venezia lo usano perlopiù come un ritrovo per bere, o una tappa di più locali in una serata destinata al bere, e il cibo è solo un accompagnamento (uno o due pezzi), in modo da non assumere le bevande a stomaco completamente vuoto. Sono due filosofie completamente diverse nella fruizione dello stesso posto ed entrambe, ai giorni nostri, possono essere ritenute "principali", nonostante il bacaro sia nato perlopiù come luogo d'aperitivo piuttosto che di pranzo o cena.
Alcuni bacari sono frequentati da turisti, ma ce ne sono altri, più nascosti nei piccoli vicoli, che sono frequentati da veneziani a cui piace "andar a cicheti" (o fare il "giro d'ombra"), che vuol dire andare al bacaro, trovare degli amici e bere un "ombra". Il vino della casa si chiama sempre "ombra"; al bacaro non si trova solo del vino semplice ma può esservi anche una grande scelta tra vini di alta qualità. Tradizione in voga tra i pensionati, soprattutto a Cannaregio, è fare il giro dei bacari partendo dal ponte delle Guglie e arrivando fino a Santi Apostoli.






Ingredienti x 4 persone
500 gr di fegato di vitello
2 grosse cipolle bianche
30 gr di burro
mezzo bicchiere di olio extra vergine di oliva
sale e pepe




Procedimento
Tagliare il fegato a fettine sottili e non troppo lunghe.
Tagliare anche la cipolla ad anelli sottili.
In una padella fate scaldare l'olio e il burro, poi versate la cipolla e fatela imbiondire lentamente, senza che frigga, a pentola coperta e a fuoco basso, in modo che non prenda troppo calore.
Ogni tanto mescolare.
Dopo una quindicina di minuti, togliere la pentola dal fuoco e lasciar raffreddare per qualche minuto. Adagiatevi poi l fettine di fegato ( con questo metodo rimarranno più tenere) e rimettete sul fuoco la pentolaalzando la fiamma.
Dopo 2-3 minuti, con una paletta (per non pungerle) voltate le fettine dall'altra parte e lasciate cuocere n altro paio di minuti.
Salate e pepate



Fonti:
La cucina dei dogi
Wikipedia


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